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venerdì 20 ottobre 2017
 
Il Prof. Luigi Di Bella
 
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Rassegna stampa

La toccante riflessione di una figlia che ha seguito la madre colpita da un tumore VIVERE IL DOLORE
«Curano il male, dimenticano l'ammalato»

TRENTO. Una riflessione - certo amara - uno sfogo sincero, ma non un atto di accusa. E' la lettera di una figlia che ha vissuto il percorso della madre colpita da un cancro. Di una madre che, entrata in contatto con le strutture sanitarie, si è trovata di fronte - scrive la figlia - ad un sistema che affronta la malattia come se fosse un corpo estraneo alla persona.
Non c'è dunque, nelle parole di questa donna, trentina, la volontà di denunciare un episodio di malasanità. E non è un caso che nella lettera non c'è alcun riferimento a ospedali, reparti o medici. E' il modo, il metodo con cui è stata affrontata la malattia che ha spinto la figlia a scrivere la lettera (che pubblichiamo integralmente a fianco).
«Ora la persona si spezza, il colpo ammalato si inserisce in una struttura, un sistema ritmico di cure - scrive - il tumore viene simbolicamente preso, delineato, misurato e definito nella sua evoluzione. Più si è concentrati attraverso esami ed indagini a conoscerlo, più si dimentica che è dentro, radicato, impiantato in un essere umano».
Poi può accadere - ed è questo il caso - che la medicina non abbia più armi contro il male: «Il tumore non è più parte della struttura, simbolicamente viene gettato nuovamente nel corpo di mia madre, dove lei lo ha sempre sentito».
«Quando non c'è il risultato terapeutico - ci dice la donna - è il momento più drammatico: se una persona non ha un supporto familiare si trova allo sbaraglio».
C'è anche una critica alla mancanza di condivisione sulle scelte terapeutiche: «Non viene indicato quali, quante e diverse sono le possibilità di un percorso terapeutico. Se si è a conoscenza di vie alternative non è possibile avere un interscambio di opinioni. Anche se è documentato scientificamente che il sistema endocrino e immunitario, base naturale per un successo, è influenzato psicologicamente. Ma se non c'è condivisione sulle scelte? Una persona deve sentire quello che sta facendo. E non è la spiegazione tecnica - la descrizione del tumore, di quanto è grande o piccolo - quello che serve all'ammalato. Ha bisogno di convivere in modo giusto con la malattia».
La sua non è quindi una critica alla qualità del servizio: «C'è molta attenzione nei confronti della malattia. Ma non all'ammalato». «Quando anche la chemioterapia non ha più risposte - prosegue la donna - sei solo. Ti consigliano di fare riferimento al medico curante, al quale mai in questo percorso nessuno si è preoccupato di aggiornare la situazione e nessuno si preoccupa di passare delle consegne affidando l'ammalato in condizioni critiche. Ho scritto questa lettera perchè qualcuno leggendo possa dire: «E' capitato anche a me». E per mia madre, che è sicuramente una persona».

di Gianfranco Piccoli

Trentino (Alto Adige - Corriere delle Alpi) 04/10/2003
http://www.trentinocorrierealpi.quotidianiespresso.it/trentinocorrierealpi/arch_04/trento/trento/an1
   
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