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martedì 17 ottobre 2017
 
Il Prof. Luigi Di Bella
 
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Spigolature non solo mediche

Le considerazione che vi mando sono di carattere generale, anche se il mio punto di osservazione ha una sua specificità che deve comunque essere fatta presente. Il fatto di essere un medico non deve privarmi della possibilità di fare delle riflessioni di carattere generrale. Ed allora mi pongo in modo laico di fronte al “ caso Di Bella “, come ormai il giornalismo lo ha definito e osservo che: quanto succede da anni ha messo in evidenza che il nostro Paese si priva, di fatto, dell’opportunità di sperimentare e non solo in campo medico, in modo libero. Con ciò voglio dire che le regole per ogni tipo di sperimentazione e di ricerca dovrebbero essere più praticabili, per favorire il singolo armato solo delle sue conoscenze e della sua intelligenza, e quasi sempre senza potentati economici alle spalle persegue degli obiettivi, che in campo medico possono prima o poi tornare a beneficio dei malati. Le potenzialità innovative dovrebbero, mi pare, essere più apprezzate e facilitate dalle istituzioni pubbliche e private: non sono un economista, ma credo che uno dei capitali di un paese sia non solo il suo P.I.L., ma anche la somma delle migliori intelligenze che riesce a valorizzare. Che poi di una intelligenza la capacità innovativa, creativa, sia un elemento fondamentale, non lo dico io ma lo ha detto Albert Einstein: “Imagination is more important than knowledge”. In sintesi ritengo che il compito di uno Stato democratico sia quello di liberare le energie intellettuali piuttosto che occuparsi di come controllarle. In questi anni ho visto aprirsi degli spazi nuovi per chi deve affrontare lo stato di malattia e credo che una parte di merito vada riconosciuta alla vicenda Di Bella, nel suo complesso con le sue luci e le sue ombre. Il Cosiddetto progresso medico è un processo dinamico che ha risentito in campo oncologico e in particolare nel nostro Paese, dell’influenza di alcuni degli elementi che caratterizzano l’azione prof. Di Bella.
Sicuramente una maggiore attenzione per il malato, per delle cure che rispettino la dignità della persona, per un contenimento degli aspetti mercantili della professione medica. Senza entrare nel merito dei risultati terapeutci iche sono controversi. Ma questo, va sottolineato con forza, come accade per i risultati delle terapie ortodosse.
volte mi viene da pensare che con gli investimenti colossali che conglomera te farmaceutiche mondiali fanno in vari filoni di ricerca, non sia possibile non voler influenzare, con mezzi leciti, le politiche sanitarie dei vari paesi.
I Consigli di Amministrazione si occupano di bilanci e non di pazienti, di numeri e non di persone. Che fare? Intanto dovrebbero prendere forza le associazioni dei malati e diventare delle associazioni di cittadini – consumatori di prodotti terapeutici, che assumano in maniera decisa e con atteggiamento laico la tutela di chi si rivolge a loro, chiedendo per ogni cura (anche quelle ortodosse) la verifica dei risultati e dei costi oggettivi e soggettivi. Credo che si stia andando in questa direzione ma il rischio di non centrare l’obiettivo mi pare ancora grande. Voglio chiudere questi brevi considerazioni ricordando a me stesso, alle associazioni, ai colleghi medici tutti (favorevoli o contrari che siano delle terapie non convenzionali) che l’etica praticata e non parlata ci dà una enorme responsabilità nei confronti di chi ci chiede aiuto nel momento del bisogno e che questo aiuto non deve avere colori, etichette, ideologie o essere condizionato da preconcetti, ma essere solo il migliore in tutti i sensi per la persona che ce lo chiede.

Dott. Marco Santini

09/04/2002
   
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